VITTORIA! AI LAVORATORI CEDUTI SPETTA IL TFR DALL’INPS

Dopo tanti anni di calvario giudiziario, finalmente i tantissimi lavoratori di una nota azienda palermitana, a partecipazione pubblica, dichiarata fallita nell’anno 2015, hanno ottenuto il riconoscimento del pagamento del TFR a carico del Fondo di Garanzia dell’INPS.


Proviamo a ricostruire l’annosa vicenda che ha investito migliaia di lavoratori, catapultati in estenuanti battaglie legali dal 2015 ad oggi, per ottenere il pagamento del TFR maturato presso l’azienda fallita.


Il nostro Studio Legale già nell’agosto del 2018 aveva ottenuto dalla Sezione Fallimentare del Tribunale di Palermo, l’accoglimento di diversi ricorsi in opposizione allo stato passivo del fallimento dell’azienda palermitana, promossi da diversi lavoratori che si erano visti negare, in sede di insinuazione al passivo fallimentare, il Trattamento di Fine Rapporto maturato in costanza di Cassa Integrazione in Deroga (clicca qui per approfondimento).


Come se non bastasse, dopo la negazione del TFR maturato in CIGD da parte della Curatela, i lavoratori hanno dovuto nuovamente ricorrere in sede giudiziaria per ottenere il pagamento, da parte del Fondo di Garanzia dell’INPS, del TFR ammesso al passivo fallimentare.


Ed invero, l’INPS ha rigettato la domanda del lavoratore di intervento del Fondo di Garanzia per il pagamento del TFR ammesso al passivo fallimentare, ritenendo che non era opponibile all’Istituto l’accordo di trasferimento del ramo d’azienda stipulato in deroga all’art. 2112 c.c, tra l’azienda cedente - poi fallita - e la cessionaria, che stabiliva, anche, che il personale trasferito rinunciava ad agire nei confronti della cessionaria quale responsabile in solido per eventuali richieste avanzate alla cedente per diritti di qualunque natura rivendicati, ed in particolare per il trattamento di fine rapporto maturato alla data di trasferimento.


Pertanto, sulla scorta delle difese spiegate dall’Avv. Maria Saia, il Tribunale di Palermo, Sezione Lavoro, con Sentenza n. 4329/2019 del 02/12/2019, ha accolto il nostro ricorso In applicazione, quindi, della deroga validamente operata dalle parti nella cessione di azienda o suo ramo del 31.12.2014 all’art. 2112 c.c., in conformità degli accordi sindacali all’uopo stilati, ad esso allegati, il datore di lavoro fallito del ricorrente aveva legittimamente assunto esclusivamente su di sé l’obbligazione al pagamento del T.F.R. maturato sino alla data del trasferimento di azienda, così evitandone il trasferimento in solido al cessionario; l’accordo sindacale allegato alla comunicazione di trasferimento di azienda del 31.12.2014, infatti, richiamando espressamente la deroga all’art. 2112 c.c. prevista dal citato art. 47, commi 4 bis e 5, subordinava il transito dei lavoratori (tra i 950 che sarebbero stati selezionati subito sulla scorta di criteri predeterminati) alla -omissis- alla sottoscrizione da parte loro di un accordo di rinuncia ad agire nei confronti della cessionaria quale responsabile in solido di domande avanzate nei confronti della cedente, tra l’altro per il pagamento del TFR maturato alla data del trasferimento. Anche in virtù della validità di detto accordo, quindi, e della sua opponibilità al Fondo di garanzia dell’INPS – in forza dell’accollo cumulativo ex lege – quest’ultimo è obbligato al pagamento in favore del ricorrente del T.F.R. nella misura richiesta, in cui esso venne ammesso al passivo della procedura concorsuale del datore di lavoro”.


Ed ancora, il Giudice adito ha rilevato che, nonostante la Corte di Cassazione, Sez. Lav., nella Sentenza n. 19278/2018, ha ritenuto in particolare che il TFR non possa essere richiesto al Fondo prima della cessazione del rapporto di lavoro, al momento della quale soltanto il credito diviene esigibile”; tuttavia, la “recentissima sentenza della Sezione Lavoro della Suprema Corte, n. 26021/2018, ha affermato che, proprio in ipotesi di cessione di azienda, il credito verso il Fondo di Garanzia non è subordinato alla preventiva escussione del debitore solidale: l’intervento del Fondo di Garanzia istituito presso l’INPS, nei casi di insolvenza del datore di lavoro fallito, non è subordinato alla previa escussione degli eventuali obbligati solidali che siano tenuti, prevedendo la l. n. 267 del 1982 l’accesso diretto alla prestazione previdenziale, salvo una breve dilazione temporale (quindici giorni) dal deposito dello stato passivo ovvero della sentenza che decide l’opposizione ad esso e nessun ulteriore requisito (beneficio d’ordine, beneficio di escussione) che suffraghi la natura sussidiaria della copertura dovuta dal Fondo”.


Tanta l’emozione per il risultato ottenuto, ciò anche alla luce del fatto che tantissimi altri lavoratori, che hanno presentato il medesimo ricorso con il nostro studio legale, sono in attesa di ottenere la stessa pronuncia.


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SOLUZIONI PER GLI ESODATI DELLA SCUOLA IN SEGUITO ALLA MOBILITA’ 2016/2017

Carissimi “DOCENTI”, dopo aver presentato la domanda di mobilità per l’anno scolastico 2016/2017, in qualità di docente assunto in ruolo ante a.s. 2014/2015 (fase B1 della mobilità), ovvero in qualità di docente proveniente dalle GAE, assunto in ruolo nell’a.s. 2015/2016 con il piano straordinario ex L. 107/2015 (fase C della mobilità), vi siete ritrovati, ancora un volta, a dover rimanere nella sede di titolarità, assegnata a migliaia di chilometri distante da casa, e ciò a causa del fallimento delle successive domande di mobilità e delle aspettative maturate in ordine al tanto auspicato intervento legislativo correttivo della Legge c.d. “Buona Scuola”, nonostante la recente pronuncia del TAR Lazio, con la quale ha riconosciuto l’ERRORE dell’algoritmo utilizzato dal MIUR nella mobilità 2016/2017.


Molte sono state le pronunce dei Tribunali del Lavoro che hanno visto accogliere i ricorsi dei docenti dei Docenti della Fase B1 surclassati dai docenti della Fase B3 (docenti delle GM del concorso 2012), e dei ricorsi dei Docenti della Fase C superati, oltre che dai docenti della fase B3, anche dai docenti della successiva fase D.


Si evidenzia che dette pronunce sono recentissime, proprio perché i ricorsi promossi nell’anno 2016, dinnanzi al Giudice del Lavoro, sono stati definiti in questi giorni.


In particolare, i Tribunali Siciliani di Catania e di Palermo hanno accolto le ragioni dei docenti della fase B1 della mobilità a.s. 2016/2017, e così anche il Tribunale di Enna che, con diverse pronunce, ha disposto il trasferimento dei docenti della fase C nella sede prescelta, patrocinati dal nostro Studio Legale.


Si ricorda che è ancora possibile promuovere ricorso dinnanzi al Giudice del Lavoro avverso la mobilità scolastica a.s. 2016/2017.


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STABILIZZAZIONE EX PIP – LA CONSULTA HA FISSATO LA DATA DELL’UDIENZA

Il nostro Studio Legale si è già occupato dell’annosa questione riguardante la stabilizzazione di circa 2670 PIP appartenenti al bacino “Emergenza Palermo” (per approfondimento clicca qui), ed oggi siamo ben lieti di comunicare che la Corte Costituzionale ha fissato l’udienza pubblica per giorno 14/01/2020.


Ed invero, con la Legge 8 maggio 2018, n. 8 “Disposizioni programmatiche e correttive per l’anno 2018. Legge di stabilità regionale”, la Regione Siciliana ha dettato, all’art. 64, le norme per la “Tutela per i soggetti appartenenti al bacino “Emergenza Palermo” (PIP)”.


Più in particolare, con il suddetto art. 64 e ss.mm.ii., la Regione Siciliana ha disposto l’assunzione con contratto a tempo indeterminato, anche parziale, dei soggetti attualmente utilizzati all’interno delle pubbliche amministrazioni appartenenti al bacino “Emergenza Palermo ex PIP” presso la società “RESAIS società per azioni” con decorrenza 1° gennaio 2019.


Purtroppo, però, la suddetta norma è rimasta inattuata a causa del ricorso promosso, immediatamente dopo la sua pubblicazione, dal Presidente del Consiglio dei Ministri, dinnanzi la Corte Costituzionale, secondo cui la disposizione regionale stabilisce una disciplina diversa e contrastante con quella nazionale (D. Lgs. n. 175/2016), e pertanto essa risulta essere incompatibile con le previsioni dell'art. 117, comma 2, lettera l) della Costituzione, che riserva alla competenza esclusiva dello Stato la materia dell'ordinamento civile (tra cui i rapporti di diritto privato regolabili dal codice civile e dai contratti collettivi).


In data 17/04/2019 è stata celebrata l’udienza pubblica presso la Corte Costituzionale, in seguito alla quale è emerso che è possibile la mancata applicazione delle norme impugnate, a seguito di ius superveniens e che, pertanto, ne potrebbe conseguire la cessazione della materia del contendere. Per tale motivo, dunque, in attesa di deposito di opportuna documentazione, la Consulta ha rinviato a nuovo ruolo la causa, fissando da ultimo l’udienza pubblica per giorno 14/01/2020.


In attesa del provvedimento della Consulta, che potrà determinarsi in una delle seguenti possibili ipotesi di pronuncia:




  • Dichiara l’infondatezza della questione di legittimità dell’art. 64 della L.R. 8/2018;

  • Dichiara la fondatezza della questione di legittimità dell’art. 64 della L.R. 8/2018;

  • Dichiara cessata la materia del contendere;

  • Differente dalle precedenti e al momento non ipotizzabile;


sarebbe interessante conoscere quali iniziative vorrà adottare la Regione Siciliana per garantire la stabilizzazione di circa 2670 PIP.


Appare necessario ricordare la recente ed innovativa giurisprudenza della Corte di Cassazione, con cui ha affermato l’applicabilità ai Lavoratori Socialmente Utili siciliani della disciplina sul divieto di reiterazione di contratti a termine, aprendo scenari del tutto nuovi nel contenzioso finalizzato alla tutela dei precari.


Le nuove pronunce (depositate nell’ottobre 2017) di fatto aprono la strada alla proposizione di nuove azioni giurisdizionali per il risarcimento dei danni derivanti dall’illegittima reiterazione dei contratti a termine, sovvertendo la giurisprudenza precedentemente formatasi presso i Tribunali e le Corti d’appello della Sicilia.


Secondo la Corte di Cassazione, la disciplina regionale che fino ad oggi aveva giustificato l’esclusione dei lavoratori SU dal campo di applicazione delle norme limitative della reiterazione dei contratti a termine non può in alcun modo esimere il Giudice da un “esame del contratto e del concreto connotarsi del rapporto rispetto alla disciplina che prevede le fattispecie legali escluse”.


Detto altrimenti, a prescindere dalla qualificazione formale del rapporto come LSU, occorrerà comunque verificare se in concreto le mansioni svolte dall’interessato corrispondano a quelle previste per un soggetto assunto con contratto di lavoro dipendente “ordinario”.


Peraltro, aggiunge la Corte, l’applicazione della disciplina che sanziona l’abuso nella reiterazione dei contratti a termine, essendo qualificabile come norma di diritto civile, esula dalle materie oggetto di potestà legislativa regionale.


Pertanto, non rientra fra i poteri del Legislatore regionale quello di escludere una determinata categoria di contratti di lavoro dall’applicazione delle norme che penalizzano l’abuso dei contratti a termine, ove questi presentino i requisiti di sostanza descritti dalle norme nazionali.


Ciò posto, non appare molto diversa la questione dei PIP rispetto a quella degli LSU, considerato che anche da un punto di vista normativo il loro utilizzo è stato equiparato dalla Legge della Regione Siciliana n. 27 del 31/12/2016, avente ad oggetto le “Disposizioni in materia di autonomie locali e per la stabilizzazione del personale precario”.


Ed invero, l’art. 6, della L.R. 27/2016, ha esteso l’applicazione della “Disciplina dell'utilizzo nelle attività'” di cui all’art. 8 della L. 468/97 (in materia di "Revisione della disciplina sui lavori socialmente utili, a norma dell'articolo 22 della legge 24 giugno 1997, n. 196"), anche ai lavoratori appartenenti al bacino “Emergenza Palermo – EX PIP”.


Dunque, all’esito della pronuncia della Consulta, il nostro Studio Legale avvierà le azioni legali rivolte al riconoscimento dei diritti spettanti alle migliaia di PIP, che ormai da tanti anni vivono nel precariato.


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RICORSI MOBILITA’ SCUOLA 2019/2020

Anche per quest’ultima mobilità a.s. 2019/2020 i Giudici del Lavoro hanno accolto i nostri ricorsi d’urgenza promossi dai docenti che non avevano ottenuto il trasferimento interprovinciale, ordinando al MIUR il trasferimento presso il comune di residenza del genitore gravemente disabile (per approfondimento clicca qui).


Il principio ormai consolidatosi nelle diverse pronunce giurisprudenziali è che l’art. 33, commi 5 e 7 della L. 104/92, posto a tutela l’assistenza del genitore gravemente disabile, trova limite nella normativa regolamentare (art. 13 del CCNI), laddove la precedenza viene riconosciuta soltanto in caso di trasferimento nell’ambito della stessa provincia, e pertanto deve ritenersi nulla ex art. 1418 c.c., per violazione di norma imperativa.


Come più volte denunciato dal nostro Studio Legale, diverse sono le illegittimità dell’O.M. 203/2019, con la quale il MIUR ha disciplinato la mobilità del personale docente, educativo ed A.T.A. per gli anni scolastici relativi al triennio 2019/20, 2020/21 e 2021/22, riguardanti sia:


- il riconoscimento della precedenza ex art. 33, commi 5 e 7 della L. 104/92, per l’assistenza del genitore gravemente disabile, in ambito di mobilità interprovinciale (per approfondimento clicca qui);


- il riconoscimento del punteggio per il servizio pre-ruolo prestato nella scuola paritaria (per approfondimento clicca qui);


- il riconoscimento dell’assegnazione temporanea triennale di genitori con figli minori fino a tre anni di età, ai sensi dell’art. 42 bis del D.lgs. 151/01 (per approfondimento clicca qui).


Come se non bastasse, in seguito alla pubblicazione dei movimenti, molti docenti hanno avuto la possibilità di gioire (per pochi attimi) per l’ottenimento del trasferimento tanto bramato, salvo poi vedersi revocare il trasferimento, in quanto annullato o rettificato, a causa dell’errore del MIUR, che ha utilizzato nella procedura di mobilità i posti che, invece, erano da destinarsi alle nuove assunzioni in ruolo (per approfondimento clicca qui).


Nel caso di mancato trasferimento e di mancata assegnazione provvisoria si potrà proporre ricorso d’urgenza (ex art. 700 c.p.c.) dinnanzi al Giudice del Lavoro, territorialmente competente, al fine di ottenere il trasferimento nella sede scolastica legittimamente spettante.


Nel caso, invece, di ottenimento dell’assegnazione provvisoria si potrà comunque proporre ricorso ordinario dinnanzi al Giudice del Lavoro avverso in mancato trasferimento interprovinciale.


Diversi sono stati i Tribunali che hanno accolto i ricorsi promossi dal nostro Studio Legale in materia di mobilità, ormai da svariati anni a caldeggiare le giuste ragioni dei docenti, per tutelare al meglio i loro diritti.


Si ricordano in particolare le pronunce favorevoli dei Tribunali Ordinari di Palermo, Roma, Padova, Enna, Savona, Alessandria, Termini Imerese.


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